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Le monete complementari: utilizzo e diffusione

In questo articolo vogliamo approfondire il tema delle monete complementari. Per farlo è importante ricordare l’antico significato del denaro: “il denaro è un accordo all’interno di una comunità che accetta di utilizzare “qualcosa” come bene di scambio riconosciuto“.
Per le monete complementari il concetto è simile: si affiancano al denaro ufficiale (valuta corrente, come l’Euro) favorendone lo scambio e la circolazione di beni e servizi. Ne esistono circa 5000 create per motivazioni diverse e diverse anche in Italia, con una dimensione locale.
In Italia sono presenti alcuni progetti quali l’Eurobex, il Sardex, il Tibex, lo Scec, l’Ecoroma, la Promessa di Pisa, il Palanca di Genova, solo per citare le principali. Lo scopo comune è il concreto aiuto nell’affrontare un grave momento di crisi, sia per famiglie che aziende. Nello scenario di incertezza che ha sconvolto l’intero sistema economico sociale globale, le monte complementari possono caratterizzarsi come un vero e proprio “salva-economia”.  Utilizzate anche nella “grande crisi” del 1929, oggigiorno possono rappresentare una nuova opportunità di economia circolare per creare sinergie a livello territoriale e promuovere un ideale di community che sostiene un modello di business cooperativo e più solidale.

Riassumendo, i vantaggi dell’utilizzo della moneta complementare, in abbinamento ad una valuta corrente, si possono sintetizzare in:

  1. Aumento della liquidità ed accesso al credito
  2. Aumento del potere d’acquisto
  3. Velocità negli scambi di beni, servizi  e lavoro
  4. Incentivo alle strategie di rete e alla nascita di circuiti territoriali 

La normativa europea sulle valute alternative all’Euro – Con la Direttiva UE 2018/843 del Parlamento e del Consiglio europeo, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea come L 156 del 19.06.2018, l’Unione Europea ha riconosciuto e normato i sistemi di pagamento alternativi all’Euro, dando loro piena legittimità.  Ecco la definizione data ad esse dalla UE: “Una rappresentazione di valore digitale che non è emessa o garantita da una banca centrale o da un ente pubblico, non è necessariamente legata a una valuta legalmente istituita, non possiede lo status giuridico di valuta o moneta, ma è accettata da persone fisiche e giuridiche come mezzo di scambio e può essere trasferita, memorizzata e scambiata elettronicamente“. Secondo le indicazioni della UE ogni azienda può fatturare fino ad una percentuale massima del 20% in una moneta che non abbia corso legale. 

La normativa italiana per le monete complementari a compensazione –  Il Codice Civile italiano prevede la possibilità il reciproco trasferimento di beni o servizi, in quanto trattasi di ‘permuta’. L’art. 1552 c.c. recita: “La permuta è il contratto che ha per oggetto il reciproco trasferimento della proprietà di cose, o di altri diritti, da un contraente all’altro”. Nonostante nella permuta si abbia lo scambio di un bene con un altro bene essa è un contratto consensuale e non reale (1376 c.c.); è un contratto ad effetti reali e, per definizione, oneroso. Rispetto alla vendita (1470 c.c.) il pagamento di un prezzo in denaro è sostituito dal trasferimento della proprietà di una cosa; come per essa, possono essere necessarie una certa forma e la trascrizione a seconda dell’oggetto (1350, 2643, n. 1 c.c.) . Non viene stabilito un prezzo: peculiarità del contratto di permuta infatti è quella di trasferire beni o diritti acquisiti, essendo peraltro una versione più moderna dell’antico metodo del baratto. Quando gli scambi avvengono tra operatori economici nell’esercizio di una impresa o nell’esercizio di arte o professione costituiscono operazioni imponibili ai fini IVA (art. 1 DPR 633/72). Si tratta di processi soggetti ad IVA (consegna dei beni e/o servizi, art. 2 e 3 DPR 633/1972). L’operazione di scambio o di baratto si qualifica fiscalmente come un contratto di permuta (art. 1552 C.C.).

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